Alla Festa dei Lettori, nel decennale del Presidio del Libro di Modugno, il dialogo con Cecilia Pignataro tra cronaca, letteratura e psicoanalisi. Al centro dell’incontro la maternità, le fragilità individuali e le vite che avrebbero potuto prendere un’altra direzione.
Una bambina nata viva e ritrovata morta su una spiaggia pugliese. Una vicenda di cronaca che nel 2017 scosse l’opinione pubblica e che, a distanza di anni, è diventata il punto di partenza di un romanzo che prova a immaginare ciò che la realtà ha negato: una seconda possibilità.
È da questa storia che nasce Biancaluna (Les Flâneurs Edizioni), quinto romanzo della giornalista e scrittrice barese Chicca Maralfa, presentato ieri sera a Palazzo Santa Croce a Modugno, nell’ambito della XXII edizione della Festa dei Lettori, dedicata quest’anno al tema Le vie delle parole.
A introdurre l’incontro è stata Lella Ruccia, presidente dei Presidi del Libro di Modugno, che ha ricordato il ruolo svolto da queste realtà nella promozione della lettura e della cultura sul territorio, in occasione del decennale del Presidio modugnese.
A dialogare con l’autrice è stata Cecilia Pignataro, che ha proposto una lettura del romanzo attraverso la letteratura combinatoria, il rapporto tra caso e destino e le infinite possibilità che possono aprirsi, o chiudersi, nel corso di un’esistenza.
Quanto della nostra vita dipende dalle scelte e quanto, invece, da circostanze che non possiamo controllare? È l’interrogativo che attraversa Biancaluna e attorno al quale si è sviluppato il confronto, ricco di riferimenti filosofici e letterari nell’introduzione di Cecilia Pignataro: da Leibniz alla teoria dell’effetto farfalla, dai labirinti narrativi di Jorge Luis Borges al Castello dei destini incrociati di Italo Calvino, fino a 4321 di Paul Auster, romanzo che racconta quattro possibili esistenze dello stesso protagonista, cui l’autrice ha dedicato l’esergo del romanzo.
In questa tradizione si inserisce la scelta narrativa di Maralfa, che ha costruito Biancaluna come uno sliding door letterario. Il libro si articola in due parti: la prima, Qui ci sta Dio, conserva la struttura del giallo e si sviluppa attorno a un’indagine sulle coste pugliesi; la seconda, Portami i ricordi, immagina un’altra evoluzione della stessa vicenda. I personaggi sono gli stessi, ma quindici anni dopo si ritrovano in una realtà differente, determinata da una diversa concatenazione di eventi.
La vicenda reale, ha spiegato Maralfa, rappresenta soltanto l’innesco del romanzo. La cronaca ricostruisce i fatti e accerta le responsabilità, mentre la letteratura può spingersi oltre, entrando nelle zone d’ombra delle esistenze, nei silenzi e nelle fragilità che spesso restano fuori dal racconto giornalistico.
Un tema che l’autrice ha approfondito richiamando Karl Jaspers, filosofo e psichiatra tedesco, e la sua distinzione tra spiegare e comprendere. Comprendere un comportamento non significa giustificarlo, ma tentare di coglierne la complessità, soprattutto quando entrano in gioco il disagio psichico, l’isolamento e la difficoltà di esercitare una scelta consapevole. Biancaluna non cerca dunque assoluzioni né condanne, ma prova a restituire profondità umana a una vicenda che la cronaca ha consegnato alla dimensione del fatto giudiziario.
Ampio spazio è stato dedicato anche alla maternità, all’adolescenza e al rapporto con la figura paterna, temi che emergono soprattutto nella seconda parte del libro, attraverso la relazione tra Caterina e la figlia Biancaluna.
Maralfa ha richiamato il pensiero della psicoanalista Françoise Dolto, che definiva l’adolescenza una seconda nascita, una fase particolarmente delicata nella formazione dell’identità, e quello di Jacques Lacan, soffermandosi sull’importanza della funzione simbolica del padre (la sponda) nella costruzione della personalità e nel rapporto con il mondo.
La maternità raccontata nel romanzo è lontana da qualsiasi idealizzazione: è attraversata da solitudine, aspettative sociali, fragilità emotive e dalla difficoltà di chiedere aiuto. Su questo aspetto è intervenuta anche Lella Ruccia, contribuendo al confronto su uno dei nuclei più problematici della storia.
Maralfa ha quindi richiamato Robert Briffault, antropologo francese, e la sua riflessione sulla maternità, proponendo una prospettiva distante dall’idea convenzionale dell’istinto materno come sentimento naturale e incondizionato. Il rapporto materno è stato affrontato anche nella sua dimensione sociale, come esperienza che ha bisogno di condizioni di accoglienza, protezione e rassicurazione per potersi sviluppare. Un tema che nel romanzo si intreccia con l’isolamento della protagonista e con l’assenza di una rete affettiva capace di sostenerla.
Il dialogo ha toccato anche questioni complesse e spesso rimosse, come l’infanticidio, attraverso riferimenti alla tragedia greca e alla letteratura. Temi affrontati senza semplificazioni, nella ricerca di una chiave di lettura che tenga insieme responsabilità individuali, condizionamenti psicologici e contesto sociale.
Al centro della serata è rimasta soprattutto la riflessione sul destino. Se nella mitologia greca erano le Moire a stabilire il corso della vita degli uomini, nella narrativa contemporanea il destino si presenta come il risultato di una successione di scelte, coincidenze e circostanze spesso imprevedibili.
Con Biancaluna, Maralfa è tornata a raccontare la Puglia dopo i gialli ambientati sull’Altopiano di Asiago, scegliendo una struttura narrativa che affianca alla tensione dell’indagine giudiziaria una riflessione sulla fragilità delle esistenze e sulla possibilità di cambiare il corso degli eventi.
La domanda da cui nasce il romanzo è anche quella con cui si è concluso idealmente il confronto: quanto basta perché una vita vada in un altro modo?
Nel caso di Biancaluna, la letteratura non può modificare la realtà, né cancellare una tragedia. Può però immaginare un’altra storia e restituire, attraverso la finzione narrativa, una vita possibile a una bambina alla quale il destino non ha concesso di viverla.

